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Letteratura e filosofia

Quaderni della ginestra                                         n° 20, anno 2017/1

QUALE MOVIMENTO IN MUSICA? INTEGRAZIONI STRAUSIANE ALL’APPROCCIO ENATTIVO DI KRUEGER

Nell’ascolto della musica, una delle esperienze più comuni è quella di essere fisicamente coinvolti dal brano che stiamo ascoltando. Possiamo ovviamente esserlo in grado maggiore o minore: possiamo battere distrattamente il tempo, ma possiamo anche lasciarci trasportare in una danza vorticosa, in un continuum di livelli di coinvolgimento. In questo tipo di esperienze ‘sentiamo’ il dinamismo della musica e le sue qualità espressive in modo spesso molto più vivido di quando restiamo seduti su una sedia ad ascoltare. Non si tratta di un’attività riflessiva, ma di un’esperienza vissuta, incarnata e pre-teorica.

di FRANCESCA FORLÈ

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IN BALIA DI UN MONDO TERRIBILE: GLI ANTICHI MAESTRI DI THOMAS BERNHARD

Anche una conoscenza parziale dell’opera di Thomas Bernhard autorizza a riconoscere come costanti alcuni tratti tematici e stilistici che informano l’opera del narratore austriaco. Sul piano stilistico, la prosa di Bernhard si distingue per la sistematica intonazione autobiografica che caratterizza i personaggi, l’uso frequente del discorso in prima persona e l’adozione di un registro che oscilla tra lamento e invettiva, prossimo a sconfinare talora nel grottesco. Sotto il profilo dei contenuti, la narrazione di Bernhard si pone come una radicale denuncia del non senso del vivere. Una denuncia che, non di rado, prende la forma di un’aperta ostilità nei confronti delle relazioni umane, come quelle familiari, che determinano l’individuo e nei confronti di quelle strutture istituzionali, Stato e Chiesa in primis, che lo inseriscono in una prospettiva collettiva, sociale o comunitaria.

di LIVIO RABBONI

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Quaderni della ginestra                                         n° 19, anno 2016/3

CODICE PERELÀ

In giovinezza Palazzeschi aveva respirato con Marinetti e Boccioni il vento nietzschiano e bergsoniano del divenire, del movimento, dell’evoluzione continua e ciò traspare in diverse sue opere. In particolare nel Codice di Perelà, una “favola aerea” pubblicata nel 1911, allegoria della farsa del potere a cui si oppone la trasparenza leggera e anarchica del protagonista Perelà, l’omino di fumo vissuto nella cappa del camino. Il tragicomico del personaggio è espressione di un misticismo e di una religiosità decadenti trascesi nel registro parodico nel quale gli individui si muovono come maschere di una realtà segreta la cui interpretazione sfuggente non si deve confondere con un superficiale gioco.

di ELISA ZIMARRI

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LOSING ONESELF IN THE MUSIC: PHENOMENOLOGICAL CONSIDERATIONS

If you read about, or speak with artists in general, and musicians in particular, you will inevitably hear about an unusual kind of experience of something like: “I lost myself in the music, I don’t know what happened, I cannot remember, I lost sense of time and place”. Many professional musicians claim that this kind of experience is of existential importance to them and that a great deal of purpose of their work derives from having and striving for this kind of experience. Prima facie, all this might sound rather innocuous.

di SIMON HØFFDING

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Quaderni della ginestra                                         n° 17, anno 2016/1

GIARDINI EPICUREI

All’estremità settentrionale degli scavi di Ercolano si trova sotto 30 metri di lava tufacea, la cosiddetta Villa dei Papiri, un complesso edilizio di gigantesche dimensioni. Durante gli scavi furono scoperte una novantina di statue, copie della seconda metà del I secolo a.C. di originali greci, e un tesoro di 1800 rotoli carbonizzati di papiro.  Molti di essi contenevano testi greci di filosofia epicurea a opera di Filodemo, filosofo del I a.C. Filodemo di Gadara, fu attivo a Roma intorno al 70 a.C. e visse tra Ercolano e Napoli, dove, protetto dalla famiglia dei Pisoni, diresse una scuola epicurea. Filodemo non aveva lasciato precedenti tracce nella tradizione manoscritta se non negli epigrammi dell’Antologia Palatina.

di ELISA ZIMARRI

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Quaderni della ginestra                                         n° 16, anno 2015/3

LA CALUNNIA

Il fascino delle antiche pitture greche di Apelle, Zeusi, Timante, Aezione, Protogene è rimasto solo nelle descrizioni (ekfraseis), tramandateci dagli autori; a queste tracce hanno attinto i letterati e gli artisti del Rinascimento per far rivivere l’antica bellezza. L’ekfrasis, secondo la definizione della retorica alessandrina, è demonstatio ad oculos, il discorso descrittivo di una rappresentazione dettagliata e viva, specie di un’opera d’arte. La capacità dello scrittore sta nell’evocare forme e colori e nel simulare un processo visivo. Tale genere letterario ampiamente presente nella cultura classica, ha largo impiego nelle scuole di retorica e, perciò, si conserva nella civiltà bizantina. Le ekphraseis sono presenti nella trattatistica del Cinquecento. In ciò ha larga parte la teoria oraziana dell’ut pictura poësis, che evidenzia l’affinità tra il lavoro del pittore e quello del poeta.

di ELISA ZIMARRI

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FILIPPO ZOLI: LA CATARSI DELL’ARTE

Ci sono non casuali rimandi, ci sono echi, sovrapposizioni, richiami, che ci appaiono nell’ordito del tempo: scenari analoghi, similari, affini, diluiti nel loro verificarsi e accadere. Così, le distanze epocali diventano un tratto breve, quasi trascurabile, dove si compie quel meccanismo di parziale identità, dove – per un momento – la diversità diventa come indistinguibile e ci sembra, per un gioco apparente, che qualcosa (un fatto culturale) si possa riproporre con caratteristiche e elementi simili e si situi in modo omologo in momenti storici che si succedono, nel loro incessante divenire.Non si sa propriamente che cosa determini questo riapparire dei fatti del mondo: probabilmente, si crea un insieme di condizioni materiali – e quindi culturali – che si sedimentano concorrendo al crearsi di un certo tipo di humus, naturalmente da ritenersi assicurato e determinato per molti aspetti.

di MARGHERITA LOLLINI

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Quaderni della ginestra                                         n° 14, anno 2015/1

SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL CONCETTO DI «MIMESIS»

Mímesis è un sostantivo deverbale derivato dal verbo mime‹sqai: imitare, riprodurre, rappresentare. Secondo Gerald Else mimesthai, che originariamente aveva il solo significato di imitare (attraverso il canto e la danza) la voce o le movenze un uomo o animale, è stato mutuato dalla tradizione drammatica siciliana. La prima attestazione di questo verbo risale al VI secolo nell’Inno ad Apollo (v. 163), dove il canto del coro delle Deliadi è descritto come un’imitazione di lingue e accenti incomprensibili, un vero e proprio rifare, con arte, voci e linguaggi sconosciuti davanti al pubblico straniero degli Ioni giunti nell’isola di Delo per la festa in onore del dio.  Questo verbo, assieme ai suoi derivati mímesis e mímema, ha progressivamente guadagnato terreno nella sfera ionico-attica, ma ha raggiunto la sua completa naturalizzazione soltanto nel III secolo.

di LUCIA MANCINI

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LA NARRATIVA FANTASY FRA MODERNITÀ E MEDIOEVO: DAL SIGNORE DEGLI ANELLI AL TRONO DI SPADESappiamo che, intorno alla metà dell’Ottocento, intellettuali e poeti come William Morris iniziarono a riscoprire stili artistici e opere letterarie provenienti dai cosiddetti “secoli bui”. Fu un fenomeno straordinario, che caratterizzò un po’ tutta l’Europa nella stagione romantica e che favorì, negli anni successivi, lo studio sistematico non solo delle opere di Dante o di Chaucher, ma anche dei romances scritti in antico francese e delle saghe nordiche. Da allora, il Medioevo ha continuato a esercitare un fascino duraturo che, dagli ambienti accademici, si è poi esteso pian piano anche alla letteratura, dando vita, anche in tempi recenti, a molteplici revival dell’Età di Mezzo. Si tratta di un fenomeno non solo letterario che include varie espressioni artistiche e di intrattenimento  (miniature, videogiochi, giochi da tavolo e di ruolo) che sono spesso inserite nell’ampia categoria dei medievalismi e che dagli specialisti del Medioevo sono di solito liquidate, in modo assai sbrigativo, quali stravaganze ingenue e sottoculturali.

di ANDREA MARCONI

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Quaderni della ginestra                                         n° 13, anno 2014/3

LA VALLE DI BAMYAN

L’antica Battriana, (oggi Afghanistan) prende nome dalla città di Bactra, oggi Balk, a 30 Km da Mazar- e-Sharif. A poca distanza, sul sito di Tepe-i-Zirgaran, “la collina del metallo”, si trovano i resti della fondazione di Alessandro Magno.  Non lontano da qui  a TaKht-i-Rustam, il trono di Rustam, presso Samangan, sorgono le rovine di un monastero buddhista con evidenti influssi indiani e uno stupa monolitico di roccia calcarea non ultimato, e forse interrotto, per la calata degli Unni Eftaliti nel 425 d.C. Lo stupa ricorda il sangharama, (tempio) di Darunta nei pressi di Jalalabad. In tutto il paese, i siti buddhisti sono diversi e molti interessanti materiali rinvenuti sono conservati al Museo Guimet di Parigi e al Museo Nazionale di Kabul, altri ogni giorno sono avviati al mercato clandestino.

di ELISA ZIMARRI

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CRISI E DIREZIONI DI SENSO NELL’ESISTENZA. L’ANTROPOANALISI DI UN DRAMMA

Nel primo scorcio del Novecento, a Bellevue, che ben presto divenne uno dei principali sanatori d’Europa, Ludwig Binswanger riuscì a fondare un vero e proprio centro di scambio di idee. Husserl, Scheler, Heidegger, Buber, Freud, Jaspers, Nijinskij, Grundgens, Warburg e molti altri ancora furono solo alcuni dei suoi più importanti interlocutori. In particolare, irresistibile fu il fascino che la fenomenologia esercitò sullo psichiatra, tanto da indurlo a definire il suo metodo di ricerca Daseinsanalyse. Una denominazione che mostra in maniera inequivocabile l’influenza che l’analitica esistenziale heideggeriana ebbe sul suo pensiero. La fenomenologia, da parte sua, coinvolse uno dei maggiori fautori delle scienze dell’uomo, dimostrando di meritare, in senso più lato, il sostantivo di “galassia” attribuitole più recentemente da Vincenzo Costa, Elio Franzini, Paolo Spinicci.

di GIUSEPPINA MAZZEI


 

Quaderni della ginestra                                         n° 11, anno 2014/1

TRA GEOMETRIA E REALTÀ. IL LUOGO LETTERARIO DI EDWIN A. ABBOTT

Il piccolo racconto fantastico multidimensionale, Flatlandia, fa la sua comparsa nel 1882. All’epoca di scarsa fortuna, nel 1920 viene riproposto all’attenzione di molti attraverso una lettera pubblicata anonima sulla nota rivista scientifica Nature. La chiave di lettura che ci viene qui suggerita è quella che intravede nell’operetta del reverendo Abbott una geometrica parabola avveniristica circa la possibilità, messa a sistema da Einstein intorno ai primi anni del Novecento, che nello spazio incida un’altra dimensione oltre alle tre, oramai note a noi tutti: lunghezza, larghezza e altezza. Si tratta del tempo, che da Abbott non viene concepito però, esplicitamente, nell’accezione einsteiniana.

di GIUSEPPINA MAZZEI

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PICCOLI UOMINI

In una delle sue ultime opere, Enzo Biagi descriveva il Novecento come «il secolo delle idee assassine e totalitarie». Difficile contestare questa definizione: il pensiero corre immediato ad Auschwitz, a Hiroshima, al Vietnam. L’immagine dell’arbeit macht frei che campeggia sul filo spinato, o quella del fungo atomico o della piccola Kim Phuc che fugge dai bombardamenti sono incise nella memoria collettiva dell’uomo contemporaneo. Destino diverso quello toccato in sorte al massacro di Srebrenica. Nella maggiorparte dei casi, le guerre jugoslave, così vicine a noi nel tempo e nello spazio, nell’uomo di strada richiamano appena il brusio del telegiornale di sottofondo, il processo a Milošević un ricordo confuso, quello a Mladić un sopracciglio interrogativo.

di LUCIA MANCINI


 

Quaderni della ginestra                                         n° 10, anno 2013/3

IL FRANCO CACCIATORE

A tratti rieccheggiante Essere e Tempo di Heidegger e altresì ben in sintonia con la nuova coscienza europea post-bellica, la poesia di Caproni afferra entro semplici strofette risolutive i nuclei del negativo e del senso di drammaticità dell’esperienza contemporanea. Per usare le parole di Giulio Ferroni, essa «non è filosofia, né musica, ma confronto essenziale con la condizione della musica e di una parola poetica, filosofica che egli riconosce come a-filosofia. La parola produce a-filosofia, attinge a nuclei sotterranei del pensiero e alla privazione stessa del pensiero».

Le opere costituenti la Trilogia Il Muro, Il Franco Cacciatore, Il Conte di Kevenhüller sono assimilabili per la progettazione strutturale, l’orchestrazione da partitura musicale, le affinità tematiche e le scelte stilistiche. Ognuna di esse costituisce un organismo strutturale composto e calibrato con attenzione in cui i singoli componimenti acquistano significato dal sistema delle reciproche relazioni. La tessitura discorsiva non è rigida, ma flessibile, per cui ogni momento della raccolta è considerabile centrale.

di ELISA ZIMARRI

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NON METTERTI CONTRO TE STESSO: L’EGEMONIA DEL CASO NELL’ULTIMO ROTH

Vi avviso, ho smesso: Nemesi è il mio ultimo libro». Con queste parole perentorie, pronunciate a sorpresa lo scorso ottobre durante un’intervista rilasciata alla giornalista francese Nelly Kaprielian, Philip Roth ha annunciato il proprio addio alla scrittura. Lo ha fatto a suo modo, scegliendo parole decise, scabre, degne dei suoi personaggi, ponendo in luce sia le difficoltà del rapporto quotidiano con la scrittura, sia il timore di fronte alla mancanza dell’attività letteraria. Nel dialogo con Kaprielian, lo scrittore di Newark ha messo soprattutto in evidenza l’immagine della propria relazione con la creazione artistica, un’immagine che consegna Roth alla tradizione degli autori che, come Flaubert e Kafka o, in tempi più recenti, Vittorio Sereni, considerano l’esperienza della scrittura come un male necessario, un pericolo che salva o, quantomeno, un gesto contraddittorio che concede spazi di significato e di gratificazione, ma che espone ai rischio del fallimento.

di LIVIO RABBONI


 

Quaderni della ginestra                                         n° 9, anno 2013/2

PREFERIREI DI NO. BARTLEBY LO SCRIVANO DI H. MELVILLE

Bartleby è lo scriba che ha cessato di scrivere, il nulla da cui procede la creazione e la rivendicazione come pura e assoluta Potenza. Lo scrivano è diventato tavoletta per scrivere, è divenuto il suo foglio bianco e dimora nell’abisso della profondità. La sua vicenda ci è narrata da un avvocato di Wall Strett che l’ha assunto come copista legale nell’epoca in cui questa strada si sta trasformando nel centro  della grande finanza americana. La sfraghis letteraria, il sigillo di riconoscimento  caratteristico di Bartleby, è una formula, più volte ripetuta da lui stesso, attraverso la quale Melville comunica al lettore attento il suo messaggio. I prefer not è variante, che compare tre volte, della formula I would prefer not to. In I prefer not Bartleby rinuncia al condizionale per eliminare le tracce del verbo modale volere e, così, revoca la supremazia della volontà sulla potenza. Infatti,  Bartleby vuole de potentia absoluta, una potenza non effettuale.

di ELISA ZIMARRI

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Quaderni della ginestra                                         n° 7, anno 2012/3

GEORGES PEREC E W O IL RICORDO DELL’INFANZIA: L’INASSUMIBILE

Pare opportuno annoverare Perec tra quegli scrittori ai quali risulta difficile avvicinarsi prescindendo da un approccio biografico. Quest’ultimo rivela quel fondo di continua interrogazione sull’esistenza proprio del romanziere francese. Se le opere in quanto opere sono tracce e, come tali, segni, nel momento in cui sono tracciate, segnate, assumono un’esistenza autonoma e indipendente; nel nostro caso, tuttavia, recano ancora l’impronta appassionata del loro artefice. Il tutto si complica quando si riscontra che questi segni stanno non per una presenza, ma per un’assenza, un vuoto che nell’arco di un’intera vita non verrà mai colmato. La tematica del vuoto e della mancanza appaiono fondamentali per la lettura delle opere perecchiane e costituiscono la chiave di volta di una produzione eterogenea ma mai totalmente altra dalla dimensione esistenziale e autobiografica.

di MICHAEL ARCHETTI

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LA PROVA DEL FUOCO. SOGNO, RIMOZIONE E COSCIENZA NE LE ROVINE  CIRCOLARI DI J. L. BORGES

Vi sono numerosi aspetti, contenuti all’interno del testo, che suggeriscono l’interpretazione del racconto Le rovine circolari, apparso sulla rivista ‘Sur’ nel 1940 e poi definitivamente all’interno della raccolta Ficciones del 1944, come un vero e proprio sogno, o sogno a cornice. Il racconto potrebbe essere letto come un processo di autoanalisi da parte del protagonista, il quale, partendo da un proposito soprannaturale, giunge alla comprensione di sé. La narrazione presenta essa stessa numerosi piani, concentrandosi sull’esperienza onirica del protagonista, un mago capace di plasmare la materia dei sogni. Tuttavia, credo, nemmeno la veglia può essere considerata tale, poiché l’uomo che sogna è in realtà sognato a sua volta, ma senza saperlo; per questo più sopra ho parlato di «autoanalisi», un’autoanalisi tuttavia «incosciente». Lungo il progredire della narrazione, il mago attraversa svariati livelli di sogno, o meta-sogno,   addentrandosi sempre di più negli abissi del proprio inconscio. Ad un occhio che ha familiarità con l’opera di Freud, non sfuggiranno certamente alcuni evidenti caratteri fondamentali di questo stato onirico: in primis, la descrizione del paesaggio che fa da sfondo al racconto.

di GIOVANNI CONSIGLI


EMENDABILE O INCURABILE?

LA FIGURA DEL DELINQUENTE-SELVAGGIO NELLA COLONIA FELICE DI CARLO DOSSI

Tra i periodi storici in cui è possibile osservare lo svilupparsi di un rapporto stringente tra letteratura e psichiatria in Italia, i decenni successivi all’unificazione occupano senz’altro una posizione di rilievo. Sin dalla pubblicazione delle prime opere di Cesare Lombroso, il fitto dialogo tra scienze umanistiche e scienze medico-antropologiche (che di lì a poco sottolineranno sempre più il loro carattere di scienze sociali) appare particolarmente evidente. Si tratta, com’è noto, di un dialogo avvenuto non solo sul versante della creazione artistica – e cioè sui rapporti che legherebbero il genio e la follia – ma anche (e in misura non certo minore) sullo studio della delinquenza. Basti pensare che Enrico Ferri, illustre allievo dell’antropologo veronese e personalità influente del Partito Socialista, dedicò un’intera opera allo studio de I delinquenti nell’arte; e che l’attenzione rivolta da Lombroso alla letteratura, nella costruzione delle sue teorie sulla delinquenza, continua tutt’oggi ad essere oggetto di interessanti ricerche.Ciò nonostante, resta piuttosto diffusa l’opinione secondo la quale queste teorie sulla devianza siano state (loro stesse) un’anomalia, verificatasi entro un arco cronologico piuttosto limitato, e scarsamente influente – se non addirittura estranea – nella formazione della cultura e dell’identità dello stato-nazione postunitario.

di ALESSIO BERRE’

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Quaderni della ginestra                                         n° 6, anno 2012/2

PERCHE’ LA FILOSOFIA DELLA LETTERATURA?

A prima vista sembra che letteratura e filosofia abbiano tante affinità. Entrambe sono attività intellettuali – la prima ambientata più sul piano artistico, l’altra più su quello razionale – che, tra le altre cose, esplorano la condizione umana, analizzano le relazioni interpersonali e sviluppano prospettive sulla realtà. Tuttavia, il rapporto tra le due discipline è molto meno armonioso di quanto ci si possa aspettare. Già Platone afferma nella Repubblica che “tra filosofia e arte poetica esiste un disaccordo antico.”Dove nascono queste tensioni, qual è l’origine dei problemi che i filosofi possono avere con la letteratura? Nel lungo passato della filosofia troviamo vari punti d’incontro con la letteratura. Alcuni filosofi hanno prestato una particolare attenzione allo stile letterario delle proprie opere, altri hanno addirittura oltrepassato il confine per fare escursioni nel campo della poesia. Altri filosofi ancora hanno sviluppato riflessioni teoriche sul fenomeno della letteratura. Anche se è vero che c’è una grande varietà per quanto riguarda la prospettiva generale, la profondità e la qualità, possiamo scorgere delle linee di ragionamento ricorrenti che mostrano una dose di scetticismo ed estraneità nei confronti della letteratura. Tali linee si riconoscono nei vari “paradossi” intorno alla letteratura (e, più generale, alle opere di finzione) discussi nella storia della filosofia e, con vigore crescente, nell’ambiente dell’attuale filosofia della letteratura, analitica e non solo.

di WOLFGANG HUEMER

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E SE QUALCUNO MENTISSE? AUTOBIOGRAFIA E INTERPRETAZIONI IMPOSSIBILI

Se qualcuno ci chiedesse dove abita Sherlock Holmes, potremmo rispondere che abita al 221b di Baker Street, consapevoli di dire qualcosa di vero circa Sherlock Holmes. Al contempo, se qualcuno ci chiedesse se Sherlock Holmes sia esistito davvero, potremmo rispondere che Sherlock Holmes non è un uomo in carne ed ossa (sebbene nei romanzi e nei racconti sia descritto come tale), quanto piuttosto un personaggio letterario creato da Arthur Conan Doyle. Più in generale, potremmo dire che quando leggiamo un’opera di finzione siamo consapevoli che l’autore e/o il narratore (a prescindere dal fatto che possano o meno coincidere) non stiano dicendo qualcosa di (totalmente) vero circa la realtà (non è esistito realmente un uomo di nome Sherlock Holmes che abitava al 221b di Baker Street), ma, allo stesso tempo e salvo diverse specificazioni, assumiamo che dicano il vero circa ciò che è scritto e raccontato. Ossia: nell’opera di finzione, i fatti si sono svolti nel modo in cui sono riportati. Ma come legittimare questa nostra assunzione?

di TIMOTHY TAMBASSI

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SULLA TEORIA DELLA FINZIONE

L’interesse filosofico per la letteratura non è certo recente. Ben prima che Musil, Proust, Kafka, più recentemente Kundera e molti altri autori rivelassero intenzioni filosofiche nelle proprie opere, un certo gusto dei filosofi per l’oggetto letterario può essere fatto risalire già a Platone e Aristotele i quali, arroccati nelle loro antitetiche opposizioni,[i] ragionavano circa l’utilità o meno della letteratura, o, meglio, della poetica, nell’economia dell’etica della polis. Da questo interesse, proseguito nei secoli successivi in forme diverse e secondo differenti approcci, è nata, non troppi decenni fa, una disciplina che, irreggimentando il suddetto interesse in un’ottica più teoricamente impostata, applica gli strumenti filosofici all’analisi della letteratura. Tale è la filosofia della letteratura.Ben più recente, almeno nella comunità filosofica italiana, è invece l’interesse filosofico per la letteratura dal punto di vista della teoria della finzione. I confini di questa disciplina sono talvolta confusi con quelli della filosofia della letteratura o, più spesso, le due vengono fatte coincidere. Questo è un primo errore possibile che bisogna guardarsi dal commettere. In effetti ‘finzione’ e ‘letteratura’ si riferiscono a (insiemi di) oggetti che seppur talvolta coincidono, tuttavia, lo fanno per caso.

di MARGHERITA AIASSA

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Quaderni della ginestra                                         n° 5, anno 2012/1

LA VALENZA ESTETICA DELLA WILDERNESS

Il concetto di paesaggio e, conseguentemente, tutte le problematiche che esso implica ricoprono un ruolo centrale – per non dire cruciale – nel dibattito estetico contemporaneo per due ragioni: innanzitutto perché dispiegano una tipologia di approccio caratterizzata dalla multidisciplinarità (architettura, filosofia, geografia, letteratura, ecc); in secondo luogo poiché rimandano direttamente al concetto di Natura. Da una parte si ha quindi una vasta gamma di discipline che si interrogano su che cosa sia il paesaggio; e dall’altra parte l’analisi di questo concetto rimanda alla cogenza di un ripensamento della natura e delle problematiche ambientali.Tutte le indagini filologiche convengono sul fatto che la parola “paesaggio” mantenga una certa ambivalenza: nelle lingue latine essa si riferiva alla rappresentazione pittorica di una parte di territorio riconosciuta come connotata da valori estetici, mentre nelle lingue germaniche indicava il territorio nella sua concreta realtà fisica (struttura morfologica).

di CARLO GUARESCHI

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IL DIALOGO TRA ZANZOTTO E IL PAESAGGIO

Il paesaggio letterario nasce da un’intenzione dello scrittore di circoscrivere un ritaglio visuale, proiettandovi la propria esperienza e rappresentazione. Il poeta Andrea Zanzotto è stato uno dei maggiori interpreti, nel secolo scorso, della potenzialità dell’arte di ob-servare e di pre-servare il paesaggio, assorbendo da esso tutta la linfa vitale che promana. Pur ammirando la sapienza coloristica e descrittiva delle immagini nelle sue opere, si può infatti presto intuire come il poeta spinga le sue parole al di là del mero pittoricismo. Nella sua poesia il rapporto con la natura raggiunge la dimensione estetica di uno scambio tra osservatore e paesaggio. Si sviluppa perciò un modello interpretativo della natura ben distante dall’ut pictura poësis oraziano – concetto basato sulla subordinazione della letteratura alla pittura nella descrizione. Va detto, a guisa di premessa, che il rapporto tra Zanzotto e il paesaggio rientra in un’esperienza del sublime, all’interno della quale al soffio consolatorio e rigenerante fa sempre da contraltare un aspetto drammatico, leopardiano, della natura. Entrambi i volti trasudano un significato assai stratificato: il paesaggio si modula in varie sfumature, rendendosi proiezione dell’anima combattuta e problematica del poeta.

di FLAVIO REGAZZOLI

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Quaderni della ginestra                                         n° 4, anno 2011/3
L’EGITTO IN UN PALAZZO

Come presentare l’Egitto degli ultimi novant’anni mantenendo la leggerezza e la freschezza di un romanzo? Con un espediente che ponga come protagonista principale un palazzo. Attraverso le vicende di questo palazzo e dei suoi inquilini Ala Al–Aswani dipinge la storia del suo paese dagli anni trenta, quando è costruito Pa-lazzo Yacoubian, fino ai giorni nostri, al 2002, anno di pubblicazione del libro. Questo palazzo, realmente esistente seppur leggermente diverso nella struttura, presta il suo nome per il titolo di quello che è il secondo romanzo dell’autore egiziano, Palazzo Yacoubian (‘Imarat Ya’qubyan), opera nata dal desiderio di raccontare un paese segnato da avvicendamenti politici di grande rilevanza.

di MIRELLA LUCCHINI

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Edgar L. DoctorowL’ACQUEDOTTO DI NEW YORK

La metropoli e il suo spazio sono alcuni dei temi centrali dell’analisi filosofica e sociologica, perlomeno a partire dagli inizi del ‘900. In un saggio intitolato Nascita della metropoli e storia della percezione: Georg Simmel, Andrea Pinotti esordisce ricordando qualcosa di ormai assodato: la metropoli rappresenta il paesaggio peculiare dell’uomo moderno all’alba del XX secolo. Lo stesso Simmel nel 1903, in La metropoli e la vita dello spirito, descrive la metropoli come l’ambiente in cui convergono le due tendenze macroculturali che hanno caratterizzato i due secoli precedenti: quella liberale-illuminista, con le sue rivendicazioni di uguaglianza e libertà; e quella romantica che, insieme alla divisione economica del lavoro, poneva l’accento sull’unicità e sulla conseguente insostituibilità dell’individuo. Insomma, la metropoli è il luogo in cui si tirano le fila dei due secoli di storia precedente, il luogo in cui il soggetto può trovare, sempre secondo Simmel, una nuova collocazione all’interno della totalità.

di ALESSANDRO BONANINI


 

Quaderni della ginestra                                         n° 3, anno 2011/2
IL SENO E LA METAMORFOSI. ROTH E KAFKA A CONFRONTOChi all’epoca si era scandalizzato per la vita dissoluta di Alexander Portnoy, sessuomane ed eponimo protagonista di Lamento di Portnoy, secondo romanzo di Philip Roth, di certo avrà guardato con sospetto a Il seno, scritto sempre da Roth, a quattro anni di distanza dal successo del Lamento (1971). Se il titolo rimanda inevitabilmente alla sessualità, se l’occhio viene colpito dal sinuoso profilo di seno disegnato in copertina – come accade nell’edizione italiana – e se la sessualità è, in fin dei conti, una cifra tematica della produzione rothiana, pur tuttavia non sono dati ancora gli estremi per liquidare Il seno come ulteriore ‹‹monologo erotico›› –come Lamento di Portnoy è stato da più parti definito.

di MARGHERITA AIASSA

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IL PARADOSSO DELA CORPOREITA’ NE LA METAMORFOSI DI KAFKA

Confrontarsi con un ‘classico’della letteratura è molto complicato, recensirlo, almeno per quanto mi riguarda, sarebbe impossibile. De La metamorfosi di Kafka è stato detto moltissimo, tutto forse; tuttavia la densità della narrazione consente di pensare, e ripensarsi, di fronte a temi centrali del panorama culturale contemporaneo, quali: alienazione, principio di autorità, crisi della soggettività, ecc… . La trama di questo celeberrimo racconto è nota: il commesso viaggiatore Gregor Samsa dopo una notte segnata da sogni inquieti, si risveglia nella propria angusta stanzetta piccolo-borghese tramutato in insetto.

di CARLO GUARESCHI


 

Quaderni della ginestra                                         n° 2, anno 2011/1
Paul AusterNEL PAESE DELLE ULTIME COSE

Avevo già sentito parlare di Paul Auster – e ne avevo sentito parlare anche molto bene, in termini unanimemente entusiastici. Tuttavia, fino a ora non avevo mai letto un suo romanzo: per me l’unico scrittore di Newark poteva essere solo Philip Roth. Ma c’è sempre una prima volta e così mi misi d’impegno nello scardinare i miei pregiudizi sugli (altri) scrittori di Newark e comprai un libro di Auster, nella fattispecie Nel paese delle ultime cose, edizioni Einaudi, 2003, ma precedentemente edito da Guanda con il titolo Il paese delle ultime cose.

di MARGHERITA AIASSA

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Jonathan CoeI TERRIBILI SEGRETI DI MAXWELL SIM

I terribili segreti di Maxwell Sim, edito in Italia la scorsa estate da Feltrinelli, è l’ultimo libro di Jonathan Coe. La cornice è l’Inghilterra di inizio 2009, quella della crisi economica, quando a Londra lo spettro della disoccupazione aleggiava su tutti, dall’impiegato del grande magazzino del centro al bartender di qualche locale fuori mano, broker della City compresi.Definire il protagonista, Max Sim, un ‘uomo qualunque’ sarebbe usare un eufemismo. È il responsabile dei contatti con la clientela di un grande magazzino, vive a Watford, un tranquillo sobborgo londinese, non ha frequentato l’università, odia la politica e la letteratura ed è totalmente incapace di coltivare e gestire qualsiasi tipo di rapporto sociale.

di ALESSANDRO BONANINI